Capitolo sesto

L'educazione

L'educazione è una delle questioni chiave del mondo contemporaneo, così come è stata, sempre, una questione chiave nelle diverse società storiche. La differenza sostanziale, dai secoli passati ad oggi, è l'enorme diffusione delle masse educate o in via di educazione rispetto all'insieme della popolazione. Ciò sia all'interno dei paesi sviluppati, dove la quasi totalità della gente è passata almeno per il livello più basso della scolarità, sia in una prospettiva mondiale perché dovunque si tenta, sia pure in mezzo a guerre, disastri, carestie, fame, di dare istruzione, se non educazione, a buona parte di quelle masse. Certamente, ci sono due livelli tipologici di educazione nel mondo. Uno è quello dell'istruzione di base, il vecchio nostrano "scrivere e fare di conto" per consentire ai giovani ( che poi diverranno adulti e anziani) di comprendere quanto è scritto nella stampa quotidiana e di inserirsi nella vita sociale. Si tratta in sostanza della scuola dell'obbligo la quale ha una diversissima realtà nei diversi continenti e paesi: si passa dalle scuole governative o missionarie dei paesi africani dove si apprende poco più che a leggere, a scrivere e, appunto a fare di conto, con strumentazioni elementari ( gessi, penne, lavagne e carta), si attraversano le scuole "medie" dei paesi ispanici dell' America meridionale, e di altri paesi di media ricchezza, per arrivare alle scuole dell'obbligo europee o statunitensi, o giapponesi, nelle quali si offre, in un periodo lungo di anni (anche tredici) una sufficiente informazione culturale e si tende a formare una autonomia di ricerca e di giudizio che metta il giovane, il cittadino nella condizione di continuare a formarsi da sé. C'è da dire, di passata, ma è importante, che le scuole italiane sono, generalmente, assai mediocri ( vi insegnano docenti che non sanno, neppure, che c'è stato un Concilio Vaticano II e che Aldo Moro è stato ammazzato!) tanto che, ci pare, una recente dichiarazione dell’ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro affermava che il 50% dei diplomati non era in grado di leggere un libro.

Ci sono, poi, entro questo medesimo quadro le scuole della CSI (ex Urss) che soffrono la crisi generale di quel paese, le scuole asiatiche, povere di sufficienti sviluppi, le scuole cinesi, coreane, cubane, ancora impregnate di una cultura comunista, sostanzialmente marxista, che colora anche i contenuti più elementari dell'istruzione e mira a costruire una visione ideologica del mondo, che non sappiamo quanto penetri, davvero, nel profondo delle coscienze.

Il secondo livello dell'educazione, presente fin dai primi anni, ma certamente assai di più nella formazione avanzata dell'obbligo e nelle scuole superiori e nelle Università non obbligatorie, è, appunto quello della vera e propria educazione culturale, della trasmissione dei valori e delle ideologie. Di questa occorre parlare a fondo perché, a nostro avviso, testimonia una grande arretratezza, tranne isole felici, della nostra civiltà " avanzata".

Possiamo dire, come primo orientamento, e con larga approssimazione, che l'educazione mondiale (cioè in tutto il mondo) trasmette valori religiosi, superstiziosi, borghesi, imperialisti, a volte razzisti, molto raramente valori razionali. La morale e la morale politica che si trasmettono sono quelle, al più, liberali, della competizione e del successo, contaminate nei continenti cristiani, dai valori del cristianesimo nella loro accezione borghese o aristocratica o contadina, comunque dei valori del Cristianesimo di massa. Nei paesi islamici la cultura è soltanto quella coranica, in ogni settore, e quindi vi pesa duramente la discriminazione antifemminile, anche se c'è spazio per l'educazione scientifica e tecnologica. Nei paesi asiatici larga è l'influenza delle culture religiose tradizionali e del buddismo, ma esiste anche una notevole influenza delle culture occidentali, soprattutto ai piani alti dell'istruzione. E' assente, dunque, quasi dovunque, una effettiva laicità dell'educazione, forse soltanto presente negli istituti universitari di alto livello ( e talvolta di alte tasse) degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell'Europa occidentale, dal Mit a Stanford, da Oxford a Cambridge a Eton, da Heidelberg a Pavia, dalla Bocconi alla Luiss.

E' un'educazione che offre valori alti e laici, civili e liberi, propri della società borghese di quei paesi, della società capitalista, che offre marginalmente spazi di antiborghesismo, di educazione alla libertà integrale, alla necessità di capire che il capitalismo sta creando il disastro del mondo e che occorre creare qualcosa che apra la strada all'anticapitalismo, una strada che non sappiamo quale sarà. Per ora in quelle università, e nelle altre, più deboli, che fanno loro corona, la cultura altra è quella nata dalla contestazione anticapitalistica di pochi docenti e di molti studenti, è l'anticultura di strada che si esprime nei movimenti verdi, che è vissuta nelle manifestazioni di Seattle, di Davos, di Genova, che vive in tutte le riunioni, in tutte le manifestazioni dei centri sociali italiani e degli autonomi, talvolta anche nei documenti dei cosiddetti terroristi (tra l'altro, osservo che questi manifestini non ci vengono mai letti, come se fossimo tutti un pubblico di cretini e non di cittadini e di elettori che vorrebbero conoscere e giudicare tutto; dalle poche frasi che abbiamo letto abbiamo capito che si tratta di analisi politiche ed economiche a volte approfondite e importanti). Per questo possiamo sperare che nascano una serie di valori altri che un giorno arriveranno nelle scuole e nei mezzi di comunicazione di massa che avvelenano il nostro pianeta, valori altri che in Italia e in Europa e negli Stati Uniti, sono anche testimoniati dai partiti, dai movimenti, dalle riviste della sinistra alternativa. Possiamo credere che essi siano più o meno propri, al massimo, del 10% della popolazione italiana ed europea.

Ma quali sono, in concreto, i valori della cultura conservatrice e quelli della cultura progressista, libertaria. Quali sono, anche, i valori della cultura corrente, della cultura diffusa. Vediamoli.

I valori della cultura tradizionale, trasmessi dalle scuole, trasmessi dai mass media e da ogni mezzo di informazione sono, forse, ancora riassumibili nelle tre parole tradizionali, Dio, Patria, famiglia, con tutte le implicazioni che esse comportano. Innanzitutto Dio: in tutto il mondo, con l'esclusione della cultura "laica" della Cina e del Giappone, al centro dell'educazione stanno Dio e le sue Leggi. Sarà il Dio cattolico romano, sarà il Dio cristiano degli ortodossi e dei riformati, sarà l'Allah degli islamici, il Dio unico degli Ebrei, saranno le divinità semi- pagane degli induisti, sarà il laico Budda, saranno gli spiriti degli antenati o le anime che popolano il mondo delle tribù asiatiche, il Grande Spirito degli aborigeni australiani. Sarà, comunque, sempre un essere che strappa alla maggioranza degli uomini la propria umanità, la propria autonomia, li fa guardare al cielo, il luogo popolato da una quantità di dei e di santi, di spiriti e di demoni. Gli uomini e le donne di tutto il mondo sono educati da subito, dai primissimi anni, nell'idea che la loro vita, tutta la loro vita dipende da Dio, dagli angeli, dai demoni, dai santi, dagli spiriti degli antenati, non dipende, comunque da loro. E, dunque, invitati ad applicare le loro leggi, ad interpretare i loro segni, a pregare con intensità.

Così nei volti di ragazzi e ragazze, uomini e donne, si legge spesso, soprattutto fra il popolo minuto, fra i meno colti (e sono l'enorme maggioranza) un segno di malinconia e di rassegnazione, di miseria spirituale: noi non siamo padroni di noi stessi, il nostro padrone è lontano, non lo vediamo ma ne sentiamo il potere nelle nostre carni. Il male del mondo, soprattutto il male, perché il bene o non esiste o è breve, è voluto da Dio. Dio, anche quello cristiano, che ha lasciato direttamente i segni della sua volontà con le sue stesse parole, è, sempre secondo l'opinione popolare, sostanzialmente un dio cattivo, maligno, a volte proprio malvagio: lui manda le guerre, lui le tempeste, lui i temporali, lui i fulmini, le carestie e le pestilenze, lui le epidemie e le malattie, soprattutto le malattie che derivano da altri "peccati", come quelli erotici e sessuali. E' convinzione diffusa in Africa e in Asia, ma anche nella civilissima Europa, che anche l'Aids sia una punizione di Dio. E' strano ma Dio, nella Bibbia degli Ebrei e nelle figurazioni cristiane, fin dai primi secoli, (ma anche le altre divinità esistenti nelle diverse culture), è sempre un signore che punisce e premia, ma soprattutto punisce. E' un signore terribile cui si piegano gli uomini, le bestie, la natura stessa. Come bene ha scritto il nostro Manzoni è un "Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola", ma prima atterra e affanna e soltanto dopo, in pochi casi, suscita e consola. Forse perché, come creazione antropomorfica, sconta la naturale realtà che il potente è, nella società e nella storia, sempre un "cattivo".

Così il bambino, così i bambini si abituano alla continua presenza di Dio, alla continua presenza del sovrannaturale e dell'invisibile. Anche le magie, lo spiritismo, l'occultismo sono la parte più malata di questa invadenza di Dio, di questa invadenza, diciamolo pure, della superstizione e del pregiudizio; ma ne parleremo dopo. I bambini cristiani dicono le preghiere della sera, dicono le preghiere prima di mangiare, si affidano all'angelo custode ( chissà se l'angelo custode c'è anche per l'indù che vive cristianamente ed è salvato perché lo spirito soffia dove vuole, chissà perché l'angelo custode è momentaneamente distratto quando siamo duramente colpiti in un incidente stradale?), si affidano sempre alla bontà di Dio. I bambini musulmani dicono le loro preghiere, combattono gli infedeli, si suicidano volentieri, quando sono un po’ cresciuti, perché combattendo contro i cristiani infedeli e contro gli ebrei, morendo, si conquistano il loro paradiso. E così via, perché non si finirebbe più.

E, da grandi, i giovani maschi cristiani si macerano nell'attesa sessuale del matrimonio e intanto si masturbano a più non posso (altrettanto fanno le donne o cadono in amicizie di lesbismo spinto), mentre le donne musulmane cominciano a vivere dentro quelle "tende" ambulanti che sono, spesso, in taluni paesi i loro vestiti normali; solo metà degli occhi, da una fessura, vedono la strada e la gente. Dio vuole la castità; tollera qualche scopata per fare i figli o quando uno è assatanato. Ma poi, insomma, basta.

Tutti fin dall'infanzia si abituano così alla preghiera personale, alla preghiera rituale, alla recitazione del rosario, a inginocchiarsi verso la Mecca o davanti all'altare. Tutte queste preghiere, recitate per cause personali e generali giuste o ingiuste non ottengono da Dio soddisfazione alcuna. Anche nelle cause più giuste Dio, chiunque esso sia, non risponde mai, non è mai disponibile. Il sospetto che non ci sia, viene così anche ai più fedeli.

La vita, che viene poi, è un lungo contatto con la divinità, attraverso le iniziazioni, i sacramenti, i pellegrinaggi, la carità, il matrimonio, il battesimo, in una continua, vorticosa vita religiosa, e, alla fine, c'è la speranza di continuarla, questa vita, finalmente pacificati, in un attimo eterno di gloria a contatto con la bellezza di Dio, o in un eterna felicità ultraterrena, fra donne e cibi di gran lusso, e qui appare la glorificazione del denaro e del benessere!.

La scuola accompagna questa vita, con la lettura di brani decorosi, leggibili, al solito dolciastri, in cui si narra di sacrifizi, di miracoli, di santi. La scuola mira, anche quando, nei gradi alti, parla di scienza, di tecnologia, di letteratura, a ricordare sempre l'esistenza di Dio, a combattere il male che è soprattutto uno solo, il non credere in dio, fare quello che Lui non ha né comandato né permesso.

Accanto a Dio la Patria, cioè l'etnia, la nazione di appartenenza. Tutti hanno una "patria". Gli americani del Nord che spesso sono protestatari, omosessuali, negri, di origini non Yankee, drogati, barboni, che appartengono alle più strane sette religiose, a volte finanziate e tenute in vita dalla Cia o dall'Fbi, ma che prima di ogni altra cosa, prima anche di sentirsi cittadini del Texas, della California o del Vermont, si sentono americani, si sentono superiori, vincenti e per la loro patria sono anche pronti, con qualche dramma e qualche lacrima, a sacrificare anche la vita. La patria e i valori di quella patria, la libertà, la verità, la laicità e, in ultima analisi, lo spirito del capitalismo ( che è stato anche alla base della conquista agricola della frontiera, della corsa al West ), sono sentiti e vissuti. Per essi milioni di americani sono morti in Europa nella prima e nella seconda guerra mondiale, in Corea, nel Vietnam, nel Golfo, credendo a quei valori anche un po’ più del giusto, dimenticando la miseria e i disagi, i salari da sfruttamento, la mancanza di assistenza sanitaria, la vergogna del degrado di molte loro città, la vergogna di uno stato privo di Welfare, la vergogna dell'astensionismo politico ed elettorale che fa di quel paese un paese governato da una minoranza, a volte piena di pregiudizi.

L'Europa non ha ottenuto la libertà dagli imperi centrali e, nel 1945, da Hitler e da Mussolini, come il Giappone dai suoi tiranni, per opera propria, non sono stati i suoi eserciti, distrutti fino all'annichilimento, né i due o trecentomila sbandati divenuti partigiani in Italia e in Francia, a ridarle democrazia e libertà, ma molto più semplicemente le armate statunitensi e l'armata rossa, le prime con l'aiuto di un apparato militare sterminato ( gloria, frutto e affare imponente del capitalismo americano), la seconda con lo slancio patriottico e comunista dei suoi uomini e un altrettanto potente apparato militare. Gli studiosi del comunismo e del secolo che finisce, i politici come Berlusconi, dovrebbero riconoscere che è stata l'alleanza fra capitalismo e comunismo a ridare la libertà all'Europa e al mondo, senza per questo dimenticare errori e tirannie.

E la scuola americana, a tutti i livelli, trasmette questi valori, li inculca in modo sottilmente autoritario a tutti i cittadini, anche, se non soprattutto, agli stranieri e ai loro figli che devono sentirsi prima che italiani, irlandesi, ebrei, negri, soprattutto americani. Americani che fra i loro valori hanno una generica fede in Dio, una generica fede nel perbenismo borghese, una grande fede nella durezza della "giustizia" e delle sue terribili prigioni e nella pena di morte, indiscutibile. Per essere eletti a qualche carica bisogna dire che si è per la pena di morte, per questa sorta di vendicativo sacrificio umano che tutti rimuovono, o approvano, nella loro coscienza.

Le strutture educative russe e sovietiche, negli anni del comunismo, hanno "trasmesso" una patria che riuniva insieme le tradizioni dei contadini delle varie repubbliche e la dottrina marxista leninista col suo duro ateismo, col suo classismo, col suo internazionalismo, illudendosi di costruire addirittura un uomo nuovo laico, libero, forte. L'uomo nuovo non è nato, dall'Unione Sovietica è derivato un insieme di stati in cui la corruzione è sovrana e in cui le scuole non sappiamo quali valori trasmettano se non quelli delle diverse patrie contadine e della chiesa ortodossa, una chiesa ricca di fede e tradizioni superstiziose, povera di prospettive, di cultura, di missionarismo e di capacità di proselitismo, legata soltanto alla cultura dei popoli fra cui è presente.

Le strutture cinesi comunicano ora, ancora, i valori del comunismo che ben si sommano a quelli tradizionali della "laicità" della religione di quel paese; la fiducia nella classe dirigente tirannica, il rispetto dell'autorità, la fiducia nel progresso economico anche capitalistico. Comunicano anche, crediamo, come sempre, un sostanziale disprezzo dei bianchi, dei capitalisti, delle religioni occidentali.

Nelle comunità più semplici, come quelle dei Maori e degli altri popoli originari del Pacifico, l'intera comunità e le scuole danno posto, oltreché, come dovunque, alle "verità" tecnologiche europee e statunitensi, alle tradizioni religiose e folkloriche locali cui si dà una grande rilievo. La piccola patria locale, come in Europa e in Italia, la Borgogna, le Fiandre, il Friuli, il Trentino, la Sicilia e così via colorano la comunità e le scuole con le loro tradizioni, leggende, favole in cui si mescolano razionalità e irrazionalità, angeli e demoni, streghe e fate.

E, infine, la famiglia e i suoi valori. Che sono quelli più solidi e tradizionali. La famiglia nasce e il più delle volte ancora vive, strettamente connessa alla proprietà. E' la cellula più piccola di comunità, stati e società, costruiti sulla proprietà delle persone e su un diritto che assicura alla proprietà e alla sua difesa le maggiori trincee. Le leggi proteggono nel modo più minuto, nei codici civili, molte volte frutto del codice Napoleone, ispirato dai giuristi francesi della rivoluzione borghese, le proprietà agricole, industriali, artistiche e letterarie, a volte con disposizioni al limite dell'assurdo. E così la proprietà della famiglia che ( è il caso pure del famoso diritto di famiglia italiano del 1975) nell'eredità sia testamentaria che legale, è testardamente legata e limitata agli ascendenti e ai discendenti, allargandola a mogli e figli anche non legittimi, per difendere la cellula famiglia-proprietà e impedire, come accadeva prima, e come accade, positivamente, in altri paesi, la dispersione dei beni fra collaterali e amici. Molto hanno perduto, per esempio, con questa riforma, le comunità e le istituzioni caritatevoli, le fondazioni culturali, molte volte, prima, beneficate da persone ricche. E' stata imposta a tutti i coniugi (tranne che a quelli che diversamente statuiscono al momento delle nozze) la comunità dei beni che ancora più lega e intreccia strettamente la coppia alla proprietà e all'azienda creando una nuova serie di questioni giuridiche.

In tutto il mondo, dalle comunità semiprimitive del Pacifico e dell'Africa, alle famiglie poligamiche indiane o islamiche, alle famiglie nucleari dell'Occidente sviluppato, alle famiglie cinesi e orientali le famiglie sono strettamente connesse ai loro beni ( alle grandi aziende, ai campi, ai mestieri, alle piccole aziende, da Agnelli al contadino cinese) ma anche ai valori religiosi delle loro comunità, custoditi soprattutto in queste piccole comunità, sono le custodi della memoria degli antenati, le custodi degli atteggiamenti spirituali e morali tradizionali, cosicché sono esse a richiedere il diritto di comunicare i propri valori ai figli ( e la costituzione italiana ed altre riconoscono loro questo diritto) ed è per questo che dentro di esse si svolgono gli scontri più duri fra le morali vecchie e nuove, fra i principi dei "vecchi" e quelli dei "giovani", che dentro di esse nascono i problemi più gravi nei rapporti personali, che le famiglie sono covi di affetti e di benessere ma anche di nevrosi, di incesti, di violenze fra le peggiori, di adulteri e di delitti. Nonostante questo le scuole, le istituzioni educative giurano sulle famiglie, rinviano i problemi alle famiglie, gli stati incaricano le famiglie di giudicare i maestri e i professori. E dovrebbero, al contrario, lottare per togliere alle famiglie il diritto di educare, dare libertà di crescere e di determinarsi ai ragazzi e ai giovani.

Dunque, Dio, patria e famiglia fanno parte del patrimonio di tutti noi mentre sono tre valori falsi da superare, da condannare per i mali che hanno prodotto e producono (basti pensare alle guerre prodotte dalle patrie!). Del resto, la morale comune dell'uomo occidentale, della famiglia occidentale, quella che per ora conta di più e influenza i costumi del resto del mondo, qual è?. Una generica fede in Dio, una generica volontà di pregare, una superstiziosa fede nei santi, nei miracoli, nei guaritori, negli oroscopi, una "fede" nello sport praticato o seguito, nella salute del corpo e nella bellezza, la ricerca di un piacere sessuale moderato, la voglia di case e di arredamento, di arte, di viaggi e di vacanze, la voglia, quella determinante di tutto, di arricchimento. Per realizzarlo si fanno molte cose al di là della morale comune, al di là del diritto. Perché ogni famiglia, naturalmente, come ogni azienda e ogni proprietà deve crescere, deve battere le famiglie avversarie, essere migliore nella casa, nell'automobile, nelle vacanze, financo nel medico. E questa cultura comune, a parte pochi nuclei impegnati o appartenenti alla sinistra alternativa, è la cultura dei nostri popoli, quella che passa nei mass media, quella che i docenti di ogni ordine e grado di scuola trasmettono, purtroppo, ai nostri figli.

Al contrario l'educazione laica è programmaticamente senza Dio. Credere in Dio, porta, marxisticamente, a perdere noi stessi, all'alienazione da noi stessi. La religione è un'invenzione che, in ultima analisi, vuole toglierci il possesso di noi stessi. E invece la fede dell'educazione laica è nella ricerca e nella ragione, è drammaticamente solitaria. Noi al mondo, noi uomini e donne siamo drammaticamente soli. Sappiamo che non possiamo pregare, sappiamo che non abbiamo nessuno che ci protegga o ci salvi dietro le nostre spalle. Abbiamo soltanto la solidarietà con gli altri uomini, la ricerca e la tecnologia, cresciute nella storia, per aiutarci a sopravvivere in questo mondo. Crediamo soltanto in quello che ci dice e ci comanda la nostra ragione, cioè il nostro cervello con le sue cellule nervose deboli e forti insieme. Anche la nostra identità, hanno detto alcuni ricercatori americani, abita in una zona precisa del nostro cervello. Le tre parole chiave dell'educazione laica sono perciò: uomo, mondo, libertà e comunità.

Uomo, o direi meglio persona, perché ogni persona ha diritto, da quando raggiunge la maggiore età, ad autodeterminarsi, a crescere in coppia o senza coppia o praticando il libero amore etero od omosessuale, a scegliersi il proprio partner o i propri partners, a scegliersi il proprio mestiere, senza tenere conto delle scelte dei genitori; a scegliere la propria fede politica e religiosa liberamente in scuole e università assolutamente libere dalle influenze dei genitori, delle famiglie, delle religioni, ad essere atei, se lo vogliono, col solo limite kantiano di non limitare la libertà degli altri. E ciascuno ha diritto di scegliersi la propria patria, di liberarsi dalla comunità in cui è nato, dalle sue abitudini e dai suoi riti, di trasferirsi altrove, di non credere alle patrie e di battersi per un internazionalismo della cultura per potere trovare in tutto il mondo la propria patria, che è, in realtà, l'insieme delle credenze e delle abitudini personali. La famiglia si formerà, se si formerà, e non dovrà essere collegata alla proprietà. Dovrà corrispondere soltanto all'affetto, all'amore di una coppia, al loro amore per i figli e durare finché gli affetti durano. E gli Stati dovranno attrezzarsi per sostituirla quando viene meno. A questo dovrà educare la scuola e l'insieme delle istituzioni laiche dello Stato.

Dovranno educare gli uomini e le donne ad essere cittadini del mondo, a guardare in faccia e ad amare gli uomini di tutte le razze, anche gli uomini e donne devianti, cui occorre avvicinarsi con spirito fraterno per ricongiungerli, non ad un'astratta morale religiosa, ma alla laica kantiana morale di non fare danno agli altri, che è poi la stessa del cristianesimo: non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te. Dovranno educare al mondo proprio nel senso di fare centro, oggi, sul mondo e non sulle diverse nazioni, pur importanti, perché la dimensione degli eventi economici gestiti dal capitalismo è comunque globale, lo sfruttamento delle multinazionali e del capitalismo è comunque globale, la miseria crescente che tocca almeno tre miliardi di uomini è collocata in tutto il mondo. Si tratta per la scuola di domani, in tutti i suoi ordini e gradi, fino all'Università, di guardare alle culture del mondo, di capirle tutte, e di guardare al posto di lavoro da collocare nel mondo o, almeno, in Europa. Si tratta di informare su tutto il mondo e di educare a comprendere il mondo.

Le scuole, tutte le scuole anche qui, dovranno mirare, in ultima analisi, come prospettiva di lavoro, a sconfiggere il pregiudizio che domina il mondo e le leggi, l'infinita congerie di leggi che in tutti gli Stati imbriglia la libertà degli uomini, li violenta quotidianamente. Pregiudizi sono per noi tutte le religioni, nella loro accezione colta e nella loro accezione popolare. Si tratta, invece, di educare all'antidogmatismo, alla libertà totale, a cancellare tutte le norme che non servono a fare andare avanti i poveri e gli esclusi, che non servono a fare andare avanti tutti nella libertà. Sarà una strada lunga e difficile, cosparsa di ostacoli, e sarà necessario, talvolta, ricorrere ad un dura lotta civile per rispondere all'aggressione dello Stato.

Oggi le scuole sono un enorme e lunghissimo parcheggio per imparare sostanzialmente poche cose e un numero molto elevato di pregiudizi e di falsità, per credere anche all'importanza di discipline, come le letterature e l'arte, che sono divagazioni di borghesi e del mercato del lusso, soprattutto in tempi gravi come quelli che viviamo. Bisogna accorciare, per tutti, il lungo percorso, mirare all'essenziale per capire il mondo e per lavorare; approfondire invece, allargare invece, il numero degli specialisti di alto valore che dovranno dirigere il futuro tecnologico sempre più complesso, senza dimenticare la necessità di allargare la cerchia dei fruitori della cultura e della tecnologia nel tentativo estremo di farla arrivare a tutti in tutto il mondo. Non più poveri, non più ignoranti, ma ci vorranno secoli e secoli, ci vorrà la fine o la profonda correzione del capitalismo.

Del resto la quantità di scolari che frequentano la scuola secondaria in diversi paesi del mondo, esclusi naturalmente i paesi ricchi, è, sempre secondo il World Development Report, drammaticamente bassa. Vediamo qualche dato: il 22% nel Bangladesh, il 28% nel Benin, il 40% in Bolivia, il 13% nel Burkina Faso, il 66% nel Brasile, il 17% nel Burundi, il 39% in Cambogia, il 40% nel Camerun, il 19 e il 18% nella Repubblica Centro- Africana e nel Chad, il 70%, ancora, in Cina, il 37 % nella Repubblica Democratica del Congo, il 40% in Costa Rica, il 34% in Costa d'Avorio, e il 72% in Croazia; ancora, il 51% in Ecuador, il 36% ad El Salvador, il 38% in Eritrea e il 25% in Etiopia, il 35% in Guatemala e il 15% in Guinea, il 36% nell' Honduras e il 60% in India e il 56% in Indonesia. In Giordania è il 41%, in Macedonia il 56%, nel Mali il 18%, in Mongolia il 56%, nel Marocco il 38%, nel Mozambico il 22%, nel Nepal il 55%, nel Nicaragua il 51%, nel Niger soltanto il 9%. Nel Paraguay sono il 61%, nell'Arabia il 59%, nel Senegal il 20%, nella Repubblica Siriana il 42%, in Thailandia il 48%, nella Turchia il 58%, nel Venezuela il 49%, nel Vietnam il 55 %, nello Zambia il 42%.

Dunque quella cultura mediocre, di cui abbiamo parlato, è ancora patrimonio della minoranza dei giovani dell'Africa, dell'America Latina, dell'Asia. C'è ancora un lungo cammino da percorrere per arrivare, soltanto, ad una più diffusa acculturazione, senza badare al suo miglioramento qualitativo.