|
Capitolo settimo I diritti umani
L'articolo uno della Dichiarazione universale dei diritti umani, pubblicata a New York nel 1948 dalla Organizzazione delle Nazioni Unite, afferma: " Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza". Ora vogliamo domandarci: cosa sono i diritti degli uomini, perché esistono, quando sono nati?
Pochi uomini e donne, dapprima qualche decina e poi qualche centinaio, poi sempre in maggior numero, furono alle prese con il freddo e con il caldo, a volte terribili, con gli animali, a volte feroci, con le malattie, con la necessità, anzitutto, di cibarsi e di bere, con la necessità di difendersi da qualcuno, fra loro, che voleva assicurarsi, con la forza, sottraendoli agli altri, il cibo e le armi rudimentali necessarie a uccidere gli animali per mangiarli, quelle armi che potevano anche servire ad assassinare altri uomini più deboli, a garantirsi la supremazia. Dovettero inventarsi così anche il modo per vivere insieme pacificamente. Pensarono che la debolezza di loro uomini e la forza dei fenomeni della natura fossero la testimonianza dell'esistenza di esseri più forti ancora della natura e degli uomini, annidati nella natura stessa o presenti nei cieli, le divinità, o di uno spirito universale onnipotente e unico, sovrastante anche le altre divinità, guida di tutto il mondo e padrone dei destini di tutti. Nacquero le religioni e si diffuse la volontà di sottomettersi alle divinità o allo spirito universale, per avere protezione ma anche le regole per organizzare la vita sociale. Le comunità primitive avevano intanto delegato a qualcuno dei loro membri il compito di dialogare con le divinità, di capirne i voleri. Erano nati i sacerdoti che cercarono nei fenomeni naturali, nel cielo e nelle stelle, la volontà di Dio o degli dei. I sacerdoti rispondevano alle domande degli uomini e delle donne di allora e, spesso, oltre a dire se era opportuno andare a caccia o sposare una persona al posto di un'altra, dicevano pure che era necessario comportarsi in un modo o in un altro nei confronti degli altri membri della comunità, indicavano cioè delle norme, delle regole cui era necessario sottostare per vivere insieme pacificamente.
Più tardi, molto più tardi, quando dalla preistoria si giunse alla storia, conosciamo dai primi documenti scritti (l'uomo aveva intanto inventato anche le scritture), le leggi che i re e i capi dettero ad alcuni popoli parlando spesso in nome di Dio. Basterà ricordare il codice di Hammurabi, i dieci comandamenti della Bibbia e di Mosè. Le città greche e le comunità romane si dettero più laicamente le loro leggi nelle loro assemblee, ma non mancò il riferimento all'ispirazione divina. Fu in Grecia, forse, che si parlò, la prima volta, delle "leggi non scritte", cioè di norme che gli Dei hanno scritto nelle nostre coscienze, di quello che fu poi chiamato il diritto naturale: noi sentiamo, dissero, prima che le leggi della nostra comunità ce lo dicano, che dobbiamo onorare Dio, che dobbiamo ubbidirgli, che dobbiamo non essere violenti, che dobbiamo non uccidere, che non dobbiamo rubare, e così via. Si trattava, in realtà, di sentimenti e di valori che erano trasmessi di generazione in generazione nelle famiglie, nelle tribù, e più tardi nelle città, e che erano il frutto di una elaborazione culturale millenaria. Si andavano precisando i diritti (e i doveri) degli uomini che hanno ispirato in modo diverso il comportamento di tutte le comunità umane. Queste leggi si confondevano con le norme morali; le fedi religiose, del resto, erano sostenute dagli stati che le sostenevano e le interpretavano. La norma giuridica creava più doveri che diritti; i diritti, se ci si pensa bene, erano più impliciti che espliciti: se dobbiamo onorare Dio dobbiamo essere liberi di farlo (libertà di religione), se dobbiamo non uccidere abbiamo il diritto alla vita, se non dobbiamo rubare vuole dire che abbiamo il diritto a possedere qualcosa. Venne poi, nel mondo mediterraneo e occidentale, il Cristianesimo e il suo messaggio di amore, di non violenza, di carità. Nacquero due "diritti" in qualche modo nuovi, quello alla libertà di coscienza, quello all'eguaglianza di tutti gli uomini. La storia dell'umanità e della sua cultura andò avanti in tutto il mondo, molto avanti. Se tutti gli stati della Terra erano governati da sovrani autoritari e dalle loro corti, abituate molto spesso alla corruzione e al delitto, e si succedettero nei secoli guerre, violenze e stragi di ogni tipo, crebbero sempre più, fra i popoli, e soprattutto in gruppi di intellettuali, la rabbia e la protesta. La filosofia riuscì, nel Seicento e nel Settecento, anche sulla base di quanto aveva proclamato la Riforma cristiana di Lutero, a maturare riflessioni nuove, a riscoprire, come arma di protesta contro i monarchi assoluti, il "diritto naturale" degli uomini alla libertà, a proclamare, nelle riflessioni degli illuministi, come Diderot, Rousseau e Voltaire, il diritto alla libertà di coscienza, all'autogoverno, e alle conseguenti altre libertà. Il gran passo era fatto. Gli uomini cominciarono ad essere consapevoli che dovevano accettare soltanto le verità, i valori, i comportamenti che la loro ragione riteneva validi e giusti e rifiutare tutti gli altri, per qualcuno anche quelli proposti dalle varie religioni; alcuni compresero che erano totalmente liberi. Scrisse Denis Diderot, ne L'autorità politica ( dall'Enciclopedia):
L'unico limite, affermò il grande filosofo Immanuel Kant, stava nel fatto che la nostra libertà non può e non deve mettere a rischio, in nessun caso e in nessuna occasione, la libertà e la vita degli altri, non deve mai scegliere, per affermarsi, il metodo della violenza. Di qui la creazione, come abbiamo visto, nel corso della storia, di norme e di leggi che impediscano questo, di qui la necessità di una "legalità" da rispettare. Venne contemporaneamente il progresso economico con la rivoluzione industriale che, con le sue tecnologie, cambiò radicalmente il mondo. E per la crescita del capitalismo e dell'industria ci voleva la libertà politica, la fine degli stati autoritari. Il nuovo ordine economico portò con sé, così, profonde trasformazioni politiche, culturali e di costume che hanno creato la società moderna e contemporanea, quella in cui ancora noi viviamo, ma anche nuovi sfruttamenti, nuove schiavitù, nuove e diverse violenze, soprattutto nei confronti degli operai di fabbrica, delle donne, dei popoli non europei, dei "diversi" e dei poveri in genere.
Furono gli uomini politici che dettero vita alla rivoluzione inglese del 1689, a quella americana e poi a quella francese che interpretarono le esigenze dei nuovi tempi. Scrissero proprio loro la costituzione americana e le diverse costituzioni della Francia repubblicana, oltre alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, che dettero forma precisa, valore giuridico ai diritti dell'uomo, alle libertà della gente, finora mai goduti. A quella Dichiarazione e a quelle costituzioni, come alle avanzate leggi britanniche, si sono ispirate poi le costituzioni e le leggi di tanti paesi del mondo, per finire con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo proclamata dall'ONU nel 1948 che ci appare come il riassunto, come il testo di riferimento per la conquista e la difesa dei diritti e delle libertà degli uomini, delle donne e dei bambini di tutto il mondo a qualunque paese e a qualunque nazione appartengano. Noi, nell'affrontare analiticamente il tema dei diritti umani seguiremo, per darci un ordine, proprio gli articoli della Dichiarazione delle Nazioni Unite e poi vedremo come lo stesso diritto è tutelato nella nostra Costituzione. Entrambi i documenti sono del 1948. Appare evidente una reciproca influenza culturale nella loro stesura; appare pure evidente che essi sono entrambi invecchiati nei confronti della crescita economica e culturale dell'umanità, nei confronti di uno sviluppo delle libertà che è avvenuto negli ultimi cinquant'anni, soprattutto nei paesi sviluppati, e ha condotto all'affermazione di nuovi diritti che chiameremo emergenti e che riguardano gruppi assai minoritari della popolazione, mentre la pur antica Dichiarazione dell' Onu è inattuata in gran parte degli stati del mondo. La prospettiva mondiale in cui ci collochiamo, infatti, ci obbligherà a cambiare il nostro abituale punto di vista e le nostre convinzioni soprattutto perché se guardiamo la situazione dei diritti umani pensando all'Europa o all'Italia si è portati a dare giudizi in parte positivi, che diventano, invece, impossibili se si guarda, come è giusto, al mondo intero. Il diritto all'eguaglianza e alla libertà Leggiamo nella Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite: Articolo1. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Articolo 2. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria, o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità. La prima preoccupazione della Dichiarazione è quella di proclamare l'assoluta eguaglianza di tutti gli uomini e le donne del mondo e il diritto al possesso di tutte le libertà. E' quanto stabiliscono gli artt.1 e 2. Ciò vuole dire che tutti gli esseri umani che abitano il mondo, siano bianchi o negri o gialli, cristiani o musulmani, animisti o induisti, devono poter godere di tutte le libertà possibili poiché essere liberi vuole dire avere la possibilità di raggiungere tutte le nostre aspirazioni, tutte le nostre speranze, di realizzare in sostanza la nostra personalità. Da ciò tante conseguenze: l'illegalità del dominio di un popolo su un altro popolo, come avveniva nelle colonie; l'illegalità di norme che tolgano alcuni diritti ai cittadini se appartengono ad etnie diverse o a razze diverse, se, per esempio, sono ebrei o negri. Di qui la necessità, per esempio, per noi, di sentire eguali a noi, titolari dei nostri stessi diritti, i cittadini stranieri che abitano in Italia, i tanti extracomunitari, i tanti musulmani.
E' chiaro che gli immigrati dovranno avere anche tutti i doveri dei cittadini italiani, rispettare le nostre leggi, essere sottoposti, come noi alle punizioni e alle contravvenzioni, se violano le nostre leggi. E così dovrebbe avvenire in tutti gli stati del mondo. La proclamazione dell'eguaglianza di tutti gli uomini è, dunque, una radicale affermazione di condanna del razzismo, cioè del sentimento che ci fa sentire "diversi" coloro che non appartengono alla nostra "razza" e alla nostra cultura, che non hanno il nostro modo di pensare. Se sono, poi, culturalmente "diversi" ci insegneranno qualcosa di nuovo, ci offriranno preziose esperienze. E se da noi, in Italia, come in realtà avviene, nascono meno cittadini di quanti ne muoiano, è utile che arrivino dall'estero uomini e donne che lavorino nel nostro paese, soprattutto in quei mestieri per i quali i nostri cittadini non hanno più interesse. D'altra parte c'è una precisa richiesta in questo senso degli imprenditori, della stessa Confindustria. Se ci pensiamo bene le nostre leggi contro l'immigrazione sono norme punitive e discriminatorie come lo sono le leggi dello stesso tipo, australiane o americane, che limitano fortemente l'immigrazione in quei paesi dall'Europa e da altri continenti e danneggiano concretamente anche molti nostri giovani. Sarebbe positivo e in linea con la Dichiarazione dei diritti degli uomini arrivare ad un abbattimento reale delle frontiere, alla libertà di circolazione in tutto il mondo di tutti gli esseri umani. Resta, comunque, fermo il diritto di asilo per i perseguitati politici (art.14). Ciò significa che è un obbligo internazionale ospitare, per esempio, i curdi minacciati da secoli di sterminio dai russi e dai turchi, o coloro, come gli albanesi del Kossovo, minacciati dalla volontà di pulizia etnica dei serbi. Questo diritto di asilo è stabilito anche dalla nostra Costituzione. Luca Cavalli Sforza, in Geni, popoli, lingue, pubblicato da Adelphi, affronta bene questo problema: "Ho pensato alle idee concepite dalla maggior parte della gente su razze e razzismo. Ogni popolazione pensa di essere la migliore del mondo. Con poche eccezioni, ognuno ama il microcosmo nel quale è stato allevato e non vorrebbe mai lasciarlo. Per i bianchi, la più grande civiltà è quella europea; la più grande razza è la razza bianca (francese in Francia, inglese in Inghilterra, ecc.). Ma cosa ne pensano i cinesi? E i giapponesi? E gli extracomunitari che vengono a cercare lavoro in Europa, proprio come un tempo gli europei in America, o adesso i messicani negli Stati Uniti: non rientrerebbero forse nei loro Paesi d'origine, se solo potessero viverci decentemente? Siamo forse i migliori, ma la storia ci mostra che ogni primato dura poco..... Soprattutto nel secolo scorso, si dava molta importanza alla "purezza" della razza. Ciò accade ancora per quanto riguarda gli animali domestici: piace all'allevatore che i suoi animali siano omogenei. I concorsi per cani e gatti fissano un ideale di perfezione estetica (spesso assai arbitrario), al quale ci si deve avvicinare il più possibile. E' un gioco biologicamente rischioso, dal momento che, come tutti gli allevatori sanno, perseguendo la purezza genetica di un dato ceppo con matrimoni ripetuti tra parenti stretti, come padre-figlia o fratello-sorella, la resistenza alle malattie e la fecondità, come pure molti altri caratteri desiderabili, possono scendere ad un livello pericolosamente basso. In generale, converrebbe ricercare il contrario: gli animali di qualsiasi specie, incluso l'uomo, hanno maggiori possibilità di possedere livelli elevati di caratteri importanti come la resistenza alle malattie, la fecondità, l'intelligenza, ecc., se sono geneticamente misti. Si parla infatti di vigore degli ibridi. " La parità fra uomini e donne e il diritto alla vita La questione della parità fra uomini e donne, la soluzione della cosiddetta questione femminile deriva anch'essa dalla proclamazione forte del diritto all'eguaglianza. Si tratta di evitare che la donna abbia minori diritti politici e legali, che debba ubbidienza al marito, che non possa compiere gli stessi lavori degli uomini e possa avere una retribuzione pari a quella maschile di cui abbia la piena disponibilità. Quella per la parità dei diritti fra donne e uomini è una battaglia ancora aperta. In tutti i paesi non sviluppati, dall'America Latina, all'Asia, all'Africa i diritti di libertà della donna sono ancora scarsi o inesistenti o perché non sono stati ancora affermati dalle costituzioni e dalle leggi o perché nella pratica sono elusi. Per non parlare dei paesi islamici dove la donna è completamente priva di diritti, con l'eccezione della Turchia, che divenne uno stato laico all'inizio di questo secolo e dove, quindi, la situazione appare migliore. La lotta di liberazione della donna, dunque, non è vinta, ma è dappertutto in corso, e, se si considera una prospettiva mondiale, è appena all'inizio. La nostra Costituzione ha previsto il voto amministrativo e politico delle donne (le donne hanno cominciato a votare nel 1945), che non c'era mai stato dal 1861, la parità di salario e di condizioni di lavoro, l'assistenza per la maternità e per l'allevamento dei figli. Questo ha consentito una continua lotta dei movimenti femministi per la conquista della parità nella pratica. Così le donne sono entrate nelle fabbriche e nelle aziende, anche in posizioni eminenti, nella Polizia di Stato, nelle ferrovie, nelle polizie municipali, entrano nelle forze armate, sono molto presenti nel commercio e nei servizi. Ma la presenza delle donne è molto difficile e contrastata ed è ancora largamente minoritaria, soprattutto nei posti di comando e di responsabilità. Nel Parlamento e nel Governo come negli altri organi elettivi la presenza maschile è largamente maggioritaria. Molte professioni tradizionalmente maschili, continuano a respingere la donna: così per esempio quella di chirurgo e quella di pilota di aeroplano. La donna, infine, non acquisterà mai una reale parità, se nella vita quotidiana il lavoro familiare non sarà davvero diviso paritariamente fra la moglie e il marito quando entrambi sono dei lavoratori, come sarebbe sempre giusto che fosse. Il diritto alla vita è proclamato solennemente dall'art.3 ed è quello che ci appare più ovvio, più "naturale". Il bambino nasce e viene naturalmente protetto ed amato perché cresca nonostante le eventuali difficoltà ambientali e l'incontro con le malattie. Ciascuno, nascendo, ha l'attesa di una vita più o meno lunga, serena e pacifica in cui possa realizzarsi nel suo lavoro e nei suoi affetti, possa godere di un relativo benessere. Ed ha il diritto a tutto ciò. In realtà non è così. Il diritto alla vita è messo per esempio a dura prova in varie parti del mondo, oltreché dalla criminalità e dalla violenza private, dalle carestie, dalla fame, dalle guerre locali e dai genocidi a volte di origine tribale come nel Ruanda e nel Burundi, o di origine religiosa come nella Bosnia. Il genocidio è " un complesso organico e preordinato di attività commesse con l'intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso". Recentemente il genocidio è stato anche chiamato "pulizia" etnica. Nel 1998 l'Onu ha dato vita ad una corte penale internazionale che dovrà punire i genocidi e i crimini internazionali contro la vita e i diritti degli uomini, oltreché i criminali di guerra. E' un passo avanti importante verso una giustizia internazionale che tuteli in tutto il mondo i diritti umani. Non hanno firmato il trattato istitutivo della corte gli Stati Uniti, la Cina, Israele e la Turchia. Le motivazioni sono diverse: gli Stati Uniti non intendono rischiare che i loro militari presenti in tanti paesi possano essere processati da giudici non americani e, comunque, non consentono che "altri" giudichino gli americani, la Cina non vuole dare conto delle persecuzioni che avvengono al suo interno contro i suoi cittadini e contro il popolo tibetano cui è stata strappata la libertà e la dignità di nazione, Israele non vuole correre rischi nella sua lotta contro i palestinesi, la Turchia vuol continuare a perseguitare i curdi, popolo senza stato, che rischia da decenni di subire il genocidio. L'eutanasia, cioè la pratica medica per condurre a morte malati incurabili e sottoposti a gravi sofferenze, autorizzata dalle leggi di pochissimi paesi, sarebbe per qualcuno una grave ferita del diritto alla vita. L'Olanda ha però autorizzato l'eutanasia, negli stessi Stati Uniti esiste una norma che prevede la possibilità di ordinare, da parte dei parenti, di "non rianimare" gli ammalati gravissimi. Noi siamo favorevoli all'estensione anche all'Italia delle norme che favoriscono l'eutanasia, perché riteniamo che esista un diritto alla morte, oltreché un diritto alla vita, cioè il diritto di risparmiarsi inutili sofferenze. Un'arma contro l'eutanasia è la recente legge contro il dolore che ha esteso all'Italia il diritto di dare farmaci "forti" contro il dolore, come la morfina, ai malati terminali e agli altri che la richiedano, superando anacronistici divieti derivati dalla fobia delle tossicodipendenze. Francesco e Luca Cavalli Sforza, due nostri genetisti che sono, anche, buoni divulgatori, hanno scritto bene sull'eutanasia, nella loro La scienza della felicità, Milano, Mondadori,1997, (adattamento): "La questione dell'eutanasia, così dibattuta in questi anni, poggia sul divieto generale di uccidersi, nonché di uccidere. "Eutanasia", è noto, è termine derivato dal greco: letteralmente significa "buona morte", e designa qualsiasi metodo compassionevole volto ad accelerare la morte di un paziente affetto da sofferenze gravi e senza speranze di recupero. E' universalmente vietata dalla legge, con poche recenti eccezioni: l'Olanda, dove è divenuta di fatto legale nel '93; lo stato americano dell'Oregon, dove è stata introdotta da un referendum popolare del '94; i territori del Nord dell'Australia, dove è entrata in vigore nel '95 e la Svizzera, che la restringe a determinate circostanze. Là dove è autorizzata, può essere praticata solo su esplicita richiesta del paziente ( in caso di incoscienza, se è possibile affermare con certezza che questa sarebbe la sua volontà). La si ammette solo in presenza di malattie accompagnate da dolori gravi, giunte allo stadio terminale o che abbiano determinato menomazioni tali da rendere intollerabile la prosecuzione della vita. Che diritti può avanzare lo stato sulla morte di una persona? Uno stato democratico non può imporre convinzioni religiose o ideologiche. Non può dire "non devi affrettare la tua morte, perché passerai l'eternità nelle fiamme dell'Inferno, oppure "non devi ucciderti perché ti reincarnerai in un topo". Lo stato democratico nasce per garantire libertà e sicurezza ai cittadini, per consentire loro, fra le altre cose, di praticare il culto e le convinzioni che desiderano: da questo deriva la sua legittimità. Ciascuno è libero di guardare alla morte come gli pare, e non si vede che possa autorizzare la legge a decidere che tutti devono aspettare la morte dalla natura e qualcuno non può invece andarle incontro? " Fino al 1978 l'aborto volontario era, in Italia, come in molti altri paesi vietato. Esso è l'interruzione della gravidanza praticata per evitare, per motivi diversi (timore di scandali, difficoltà finanziarie o sociali), la nascita di un bambino. Anche prima del 1978 l'aborto era largamente praticato in segreto, in ambulatori poco attrezzati e poco igienici, dove tante ragazze e tante donne trovavano talvolta la morte e, comunque, subivano dure sofferenze morali e materiali. Una grande battaglia politica dei movimenti femministi e del partito radicale spinse i partiti comunista e socialista e gli altri movimenti laici ad approvare in Parlamento il 22 maggio 1978 la Legge 194 che consente l'aborto volontario libero e gratuito, nei primi tre mesi di gravidanza, nelle strutture sanitarie pubbliche. Fu contraria la Democrazia Cristiana e, in genere, l'opinione pubblica conservatrice e di destra. Il Movimento per la vita promosse nel 1981 un referendum abrogativo, appoggiato dalla Democrazia Cristiana e dal Movimento Sociale, che fu respinto con una maggioranza molto ampia, pari al 68 per cento dei votanti. Da allora le interruzioni volontarie di gravidanza sono costantemente diminuite, segno del valore positivo della legge, che prevede anche una serie di iniziative informative per una sessualità cosciente, e della crescita della coscienza etica del paese. Inoltre l'Italia ha visto una crescente diffusione delle pratiche anticoncezionali meccaniche e chimiche ( il profilattico e la pillola), anche in relazione al drammatico sviluppo dell'Aids, una malattia che si diffonde mediante i contatti sessuali, e ciò ha evitato sempre di più l'uso dell'aborto come mezzo anticoncezionale posteriore all'atto sessuale. Non è diminuita la polemica intorno alla liceità morale dell'aborto. I cattolici, insieme ad alcuni laici, premono per una revisione della Legge 194 e insistono sul fatto che dal momento dell'inseminazione nel grembo della madre si forma un nuovo essere umano che ha già una coscienza e un anima e che, per questo, ha diritto alla vita, non può essere ucciso; costoro parlano dell'aborto come di una strage di massa e hanno addirittura creato cimiteri dei feti abortiti. Gli altri sostengono che l'attività cosciente del feto (cioè del bimbo che cresce nel grembo della madre) nasce soltanto al formarsi dell'attività cerebrale e ciò avviene verso il quinto mese di gravidanza. L'aborto non ucciderebbe, dunque, nessun essere cosciente, solo un individuo che vive una vita vegetativa. Altri discutono la norma della legge che affida soltanto alla madre la scelta dell'aborto ignorando completamente il ruolo del padre. La Chiesa cattolica, e soprattutto il Papa, insistono a pronunciarsi contro l'aborto, contro il preservativo, contro la pillola del giorno dopo, ormai entrati tutti nell'uso italiano. Non comprendono che l'affidarsi alla legge di Ogino o al caso provoca tante gravidanze e soprattutto tante infezioni, anche da Aids. Il diritto a difendere i nostri bisogni La Dichiarazione afferma poi che c'è il diritto a difendere i propri diritti e quindi c'è il diritto alla giustizia, ad avere tribunali e processi, e il diritto alla difesa. E' una questione molto importante e noi, proprio per questo, parleremo dell'intero problema dei delitti, della repressione e delle pene in un successivo ampio capitolo. L'articolo 12 proclama il diritto al rispetto della nostra vita privata che deve essere messa al riparo di ogni interferenza pubblica. Anche la nostra costituzione pone limiti precisi al controllo della corrispondenza e delle comunicazioni di altro tipo, come le telefonate. Ai diritti civili dei cittadini sono dedicati gli articoli dal 13° al 18° e sono molto chiari. Una legge recente tutela in Italia le notizie che riguardano la vita privata dei cittadini. L'articolo 17 della Dichiarazione afferma con forza il diritto alla proprietà e con ciò naturalmente condanna le violazioni di quel diritto, il furto, la rapina, l'espropriazione politica. In effetti il diritto alla proprietà è un diritto "naturale" antichissimo. Da sempre gli uomini hanno posseduto i propri strumenti di lavoro, la propria capanna o la propria casa, i propri vestiti e così via fino ad arrivare alle società più organizzate dove hanno posseduto palazzi, grandi estensioni di terra, gioielli, mobili oltre a botteghe artigiane, ad aziende, a banche e così via. La battaglia per la conquista della terra da coltivare per sé e per la propria famiglia è stata una lotta antica in molte società, come per esempio la società romana. Ricordiamoci, d'altra parte, che tutta la produzione, nelle società antiche, ruotava intorno alla terra. Il mondo contemporaneo ha visto, col progresso industriale, economico e finanziario, una grande diversificazione dei tipi di proprietà ( si possiedono adesso fabbriche, automobili, telefoni, televisori, titoli bancari, carte di credito, ecc.) ma anche un dibattito ideale sullo stesso diritto di proprietà. I socialisti, già nel secolo XIX, scorgendo i gravi problemi sociali che nascevano dall'uso spregiudicato che grandi proprietari terrieri e imprenditori capitalisti facevano delle loro terre e delle loro fabbriche, sfruttando duramente il lavoro dei contadini e degli operai, pensarono di eliminare la proprietà privata ( "la proprietà è un furto" disse il socialista francese Proudhon) e di andare verso forme di proprietà collettiva degli stessi lavoratori o dello Stato. Lo stesso pensò Karl Marx, fondatore della Prima Internazionale socialista. Lenin, che diresse la rivoluzione russa del 1917, volle abolire la proprietà privata delle terre e delle fabbriche passandola in gran parte allo Stato: ne nacquero gravi problemi economici che sono stati responsabili, in parte, del fallimento dello stato sovietico in Russia e dell'ideologia comunista in tutto il mondo. Sappiamo che oggi lo stato cinese, ancora comunista, sta riformando la propria economia in senso proprietario e capitalista. La vittoria del capitalismo e la libertà assoluta del diritto di proprietà stanno, però, causando nel mondo intero gravi problemi di sfruttamento, di disoccupazione e di povertà che abbiamo esaminato in altro capitolo. Il diritto a non fare conoscere ad altri, e soprattutto agli organi statali, informazioni relative alla propria vita privata è anch'esso un diritto primario di ciascuno: lo stabilisce la Dichiarazione internazionale dei diritti dell'uomo, lo stabilisce la nostra Costituzione. In tempi come i nostri, in cui il cittadino è in rapporto con molteplici istituzioni che si occupano della sua vita personale (basti pensare al Servizio sanitario nazionale, al Ministero delle Finanze e cioè al fisco, alle banche, alle compagnie di assicurazione, agli enti pensionistici e così via e alle loro banche dati informatiche) e in cui i mezzi di comunicazione di massa (quotidiani, radio, televisione) hanno l'abitudine di dare spesso informazioni sulla vita privata dei singoli per creare scandali più o meno veri e per soddisfare l'interesse, spesso morboso, dei lettori, si è posto il problema di porre un limite preciso alla possibilità dello Stato e degli enti pubblici, come di chiunque altro, a conoscere e divulgare informazioni sulla vita personale dei cittadini. In più siamo a rischio del controllo dei servizi segreti, nelle nostre conversazioni telefoniche ( sembra che, per via satellitare, tutte le nostre conversazioni sui telefonini siano ascoltate dai servizi segreti statunitensi), e delle tante telecamere che, ovunque, per conto di privati e di autorità pubbliche, come il Comune e le Questure ci spiano mentre passeggiamo nella strade e nelle piazze della nostre città o entriamo nelle nostre banche. Lo ha notato anche il garante della "privacy", previsto dalla legge italiana. Il Parlamento ha così approvato la legge 31 dicembre 1996, n.675 dedicata alla "Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali". E' la cosiddetta legge sulla "privacy", una parola inglese che ben rende il senso del diritto al segreto sulla nostra vita personale. E' stato così messo un limite forte all'intromissione nella vita privata della gente che può diventare anche un controllo. Purtroppo la legge contiene all'art. 4 gravi eccezioni alla tutela della "privacy" relative ai casellari e alle banche dati delle forze dell'ordine, dei servizi segreti e delle magistrature che sono le istituzioni dai cui eccessi, errori e deviazioni il cittadino andrebbe soprattutto difeso. Eccezioni sono state fatte anche in favore dei giornalisti ( in nome del diritto di cronaca che talvolta diventa, però, il diritto a fare scandalo) tant'è che sulla stampa e in televisione si continua a parlare della vita privata di tanti soprattutto se incolpati a ragione o a torto di qualche reato. Siamo ancora lontani dalla realizzazione della "privacy" e non può bastare una legge a modificare il grave significato delle cose: c'è un certo controllo o almeno una conoscenza della vita privata di tutti da parte delle autorità pubbliche e dei mezzi di comunicazione. In Italia c'erano alla fine del 1998 almeno 40.000 sorvegliati ufficialmente con intercettazioni telefoniche ed altro: ci pare improbabile che ci siano quarantamila potenziali criminali e sono stati dunque autorizzati controlli con eccessiva larghezza. E' peraltro molto probabile che siano in corso anche controlli non autorizzati da parte di servizi segreti e di privati. In tempi recenti abbiamo appreso che servizi segreti stranieri (prevalentemente americani) sono in grado di intercettare qualunque conversazione di qualunque abitante del mondo mediante l'uso di satelliti specializzati ed è probabile che molte intercettazioni siano in corso. Davvero la legge sulla privacy appare, alla luce di queste notizie, un inganno e forse una sorta di buffonata. Quanto siamo sempre più lontani dall'affermazione dei diritti umani! Raffaella Menichini, su La repubblica, dell'8 dicembre 1998 ha scritto ne Il grande orecchio d'Europa: " Accendete il cellulare, sollevate la cornetta ,date il segnale dei fax, cliccate sull'invio della vostra e -mail, ma prima ancora di avviare una conversazione, attenzione: pensate bene a quello che state per dire. Perché in un luogo segreto, in qualche angolo d'Europa, un gruppo di spioni elettronici potrebbe presto ascoltare, leggere, decriptare ogni vostro messaggio, con qualsiasi mezzo abbiate deciso di comunicare. Potrebbe accadere non appena andrà in porto il piano Enfopol '98, un accordo di cooperazione tra polizie e agenzie di telecomunicazioni dell'Unione europea, con l'aggiunta di Usa, Canada, Australia, in discussione da almeno quattro anni tra i ministri degli Interni e della Giustizia dei Quindici con l'obiettivo di giungere ad un sistema integrato di controllo anche dei mezzi di comunicazione più sofisticati utilizzati dagli utenti europei. I dettagli finali del piano saranno messi a punto dal Consiglio europeo degli affari interni e di giustizia all'inizio del prossimo anno ed entro il 2000 i parlamenti nazionali potrebbero trovarsi a discuterli e a ratificarli come parte della legislazione nazionale sulle intercettazioni." La nostra costituzione parla di proprietà e di economia negli articoli 41-47 e stabilisce una serie di limiti alla proprietà stessa, prevedendo la sua funzione sociale e la possibilità di espropriazione, quindi la possibilità di toglierla ai proprietari dando loro un indennizzo, cioè una somma di denaro corrispondente al suo valore. Nella realtà delle cose il diritto di proprietà si è liberamente affermato in Italia e, con una grande quantità di piccole e medie aziende, le imprese capitalistiche, a volte di proprietà pubblica, hanno dato un notevole contributo allo sviluppo del paese. Nel contempo i capitalisti hanno notevolmente contribuito alla impostazione del costume consumista dell'intero paese, hanno chiesto e imposto le loro condizioni ai politici e ai sindacalisti, ottenendo, per esempio, piena libertà di contratto con i lavoratori, privilegiando l'ipotesi di sfruttamento contenuta nel lavoro a termine, nel lavoro interinale, nel lavoro flessibile, nel part time. Manca solo, forse per poco, la libertà di licenziamento dei lavoratori assunti a tempo indeterminato. I lavoratori hanno fatto un grande passo indietro. Negli ultimi anni i governi di centro-sinistra, sia nazionali che locali, hanno, poi favorito, in tutti i modi, i progetti di privatizzazione, dando al capitalismo nuove realtà e nuove possibilità di manovra. La libertà di coscienza e di religione, la libertà di comunicazione del pensiero Con l'articolo 18 siamo alla solenne proclamazione del diritto alla libertà di coscienza, di pensiero e di religione. E' davvero un diritto che sentiamo fondamentale e che caratterizza soprattutto la società laica occidentale moderna, quella europea e nordamericana. Anche questo è un diritto che sentiamo oramai "naturale": le nostre opinioni, i nostri sentimenti non si discutono. Dimentichiamo che, invece, fino al secolo XIX pochissimi stati lo riconoscevano (forse soltanto la Gran Bretagna e gli Stati Uniti), e che fino a qualche decennio fa nel nostro paese ci fu la dittatura fascista che condizionava le opinioni anche private di tutti, e che le pesanti dittature comuniste europee, che negavano questi diritti, sono cadute solo un decennio fa e che tanti altri governi autoritari sono ancora al potere in tutto il mondo. Libertà di coscienza vuole dire che il cittadino, fin dalla nascita, ha diritto a decidere tutto quello che riguarda la sua vita seguendo soltanto la sua volontà, ascoltando la sua coscienza, cioè i suoi desideri più intimi e segreti. Libertà di coscienza vuole dire, per esempio, che lo Stato, la scuola o la famiglia non possono obbligare nessun a credere o no in Dio, ad andare a messa, a frequentare i sacramenti. Libertà di coscienza vuole dire anche che posso fare il servizio militare oppure quello civile, e, addirittura, che posso non eseguire alcune leggi dello Stato quando esse sono contrarie alle mie convinzioni personali o religiose.
Libertà di coscienza e di religione vuole dire anche che le leggi dello Stato non debbono stabilire obblighi che derivano da norme religiose, che gli stati debbono essere "laici", cioè indipendenti da tutte le religioni. Non è così negli stati islamici e nello stato di Israele che sono paesi in cui lo stato è confessionale, cioè si identifica con un credo religioso. In Israele manca, addirittura, anche una Costituzione. E' così, di nuovo, nel mondo occidentale dove però alcuni paesi hanno stipulato patti con la Chiesa cattolica, detti "concordati" in cui qualcosa in più è stato concesso alla Chiesa di Roma. Questo è avvenuto, per esempio, in Italia dove è stato concesso alla Chiesa il diritto di celebrare matrimoni che hanno valore civile e dove, quando si è creato lo Stato della Città del Vaticano (1929), si è pure concesso alla Chiesa, in un Concordato, inserito addirittura nella Costituzione del 1948, una serie di privilegi. Nel 1994 è stato stipulato un nuovo Concordato che ha notevolmente ridotto questi privilegi. Le chiese cristiane riformate e le altre religioni godono in Italia di totale libertà. Ha assunto particolare importanza la comunità islamica, in seguito ai vasti fenomeni immigratori di questi anni. A Roma è stata recentemente costruita, a questo proposito, una grande moschea che è anche un documento importante della architettura contemporanea. Si vanno costituendo in Italia, dove sono importanti comunità islamiche, altre moschee, magari in piccoli locali affittati; si stanno cercando in molte città terreni su cui costruire altre moschee e, a volte, ci si scontra con le resistenze delle parti più retrive della nostra popolazione, organizzate da partiti particolarmente conservatori. Dal diritto alla libertà di coscienza, di pensiero e di religione deriva il diritto alla libertà di opinione, cioè all'espressione delle proprie idee, e quindi alla libertà di stampa e di comunicazione con ogni altro mezzo del proprio pensiero e, naturalmente, alla libertà della ricerca scientifica e della creazione artistica. Ne parla l'articolo 19 della Dichiarazione. Anche per questi diritti valgono le osservazioni ormai note: ci sono negli stati democratici e sviluppati, non ci sono o sono attenuati negli altri. Negli ultimi anni le possibilità di comunicazione del pensiero si sono immensamente ampliate con l'uso degli strumenti informatici. Basti pensare alla rete Internet che consente a milioni di persone un contatto mondiale con possibilità di conoscenza mai prima possibili nella storia dell'umanità. E' anche vero che si tratta di una rete la cui utenza sarà probabilmente riservata, per i suoi costi e per il livello culturale, soltanto a qualche centinaio di milioni di uomini e donne in tutto il mondo. Ciò vedrà un ampliamento delle possibilità di cultura e di comunicazione per una parte dell'umanità; l'altra parte, formata dalle masse dei lavoratori subordinati e dei poveri, largamente maggioritaria, sarà esclusa dall'uso di questi strumenti di comunicazione, meno informata e quindi meno libera, anche perché non sarà in grado di partecipare alla nuova elaborazione culturale. Ne parliamo ampiamente nel capitolo dedicato alla comunicazione. La nostra Costituzione parla di questi problemi agli articoli 19, 20 e 21 e la legislazione italiana, che ad essa si ispira, dà alla stampa una libertà assoluta. L'articolo 21 della Dichiarazione proclama il diritto all'autogoverno, il diritto alla democrazia. L'idea dell'autogoverno, nata nelle civiltà greca e romana, si è affermata, però, gradualmente soltanto con la cultura moderna, soprattutto con la filosofia illuminista del Settecento e con le costituzioni inglese (1689), americana (1787-89), e con quelle francesi dell'epoca della grande rivoluzione (1789/1793). Si è arricchita ulteriormente con le riflessioni del marxismo e delle internazionali socialiste. Oggi è un'idea universalmente accettata, ma non universalmente praticata. In grande sintesi possiamo dire che gli stati europei, compresi quelli che fanno parte della Comunità degli stati indipendenti, come la Russia, hanno tutti un ordinamento democratico che consente, più o meno largamente, l'autogoverno dei cittadini, che lo stesso avviene negli Stati Uniti e nel Canada e negli Stati dell'America meridionale e centrale. Qui, nell'America latina (detta così perché parla lingue derivate dal latino, lo spagnolo e il portoghese), la democrazia è stata ed è spesso insidiata da colpi di stato militari e dalle relative dittature e dal condizionamento economico e politico fortissimo esercitato dagli Stati Uniti d'America. In Asia hanno ordinamenti democratici lo stato d'Israele, il Giappone e l'India, qui fortemente insidiato dal regime della caste ( la divisione della società in "ordini" rigidi con diritti sociali diversi e fra le quali non ci può essere passaggio), dalla povertà e dall'incultura, oltreché dalle rivalità religiose e tribali. Gli altri stati asiatici, compresa la Cina, ancora comunista, sono praticamente tutte dittature più o meno mascherate in cui il diritto all'autogoverno e gli altri diritti di libertà non esistono. Anche l'Africa è retta da regimi autoritari, a volte militari e sanguinari. Il mondo islamico, diffuso fra Asia e Africa, è anch'esso un complesso di stati autoritari, a volte duramente tirannici, come l'Iran e l'Afghanistan, in cui non solo il diritto all'autogoverno è un sogno lontano ma manca l'intera cultura moderna dello sviluppo e della libertà. Molti paesi islamici sono pure scossi da dure violenze civili e dal "terrorismo", giudicato un'arma di lotta politica. Possiamo, dunque, dire che la democrazia, cioè la cultura costituzionale dell'autogoverno e dei diritti di libertà, è presente nei paesi sviluppati, assente nei paesi non sviluppati. La democrazia si è affermata dove c'è stata una classe di capitalisti e dove quindi c'è stato bisogno di una cultura liberale e poi democratica e dove la questione sociale nata col capitalismo ha creato conflitti politici e sociali che sono stati regolati con gli ordinamenti democratici. Arriviamo ora in Italia. L'articolo 1 della nostra Costituzione stabilisce che la "sovranità appartiene al popolo", cioè afferma che tutti i cittadini hanno il diritto politico fondamentale di governare lo Stato. L'art.2 afferma che la "Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" e con ciò pone le basi del successivo riconoscimento dei diversi diritti particolari; sempre l'art.2 afferma che i cittadini hanno "doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Scrive Mario Losano ne I grandi sistemi giuridici: " Benché la forma di governo che si ricava dall'analisi della costituzione non coincida con quella che si ricava dall'analisi empirica della struttura statale, non si parla di violazione della costituzione: ci si limita a constatare che le costituzioni odierne non sono più in grado non solo di regolare ma neppure di descrivere l'attività statale. La costituzione americana si fonda sulla divisione dei poteri, però di fatto il presidente influenza la politica estera e le commissioni congressuali intervengono nell'attività dell'esecutivo. La costituzione sovietica si fondava sulla sovranità popolare rappresentata dal Soviet supremo che però si riuniva poche ore all'anno. La vita politica della Francia e dell'Italia è dominata dai partiti, ma invano se ne cercherebbe una precisa regolamentazione nelle loro costituzioni...... Governanti e governati non si ritrovano più d'accordo sull'idea di diritto, che viene espressa dalla Costituzione: ogni parte ha la sua propria visione dell'ordinamento futuro, e la costituzione diviene un compromesso, un programma spesso vago. Chi ha il potere, preferisce promettere una rivoluzione futura, per evitarne una presente; chi non è certo di avere la forza per compiere la rivoluzione, preferisce rinviarla e delegarla al legislatore. Ed entrambe le parti agiscono con la riserva mentale di sfruttare a proprio vantaggio l'ambiguità della costituzione." Ancora di più la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti sancisce una libertà di autogoverno che si spinge fino alla rivoluzione e cita, unico atto al mondo, il diritto alla ricerca della felicità. Noi consideriamo queste verità come di per sé evidenti: tutti gli uomini sono creati eguali: il Creatore li ha dotati di alcuni diritti inalienabili tra i quali vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità. I governi sono stati istituiti tra gli uomini per assicurare tali diritti e derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Ogniqualvolta una forma di governo diventa negativa per il raggiungimento di questi scopi, il popolo ha il diritto di mutarla o di abolirla e di istituire un nuovo governo, basandolo su principi e organizzandone i poteri nel modo che, a suo giudizio, sembri più adatto al raggiungimento della sua sicurezza e della sua felicità. E, tuttavia, occorre affermare, infine, che la democrazia è, probabilmente, dappertutto, una pericolosa illusione. Il potere politico reale risiede in piccoli gruppi elitari che dirigono i partiti politici e in altri piccolissimi gruppi, altrettanto elitari, che dirigono i gruppi economici multinazionali dominanti e influenzano fortemente gli stessi gruppi politici. L'articolo 23 della Dichiarazione stabilisce il diritto al lavoro, alla difesa contro la disoccupazione e all'equa retribuzione, cioè ad una salario che ci consenta un discreto benessere. Anche questo ci appare un diritto antico e "naturale": come facciamo a vivere se non lavoriamo, se non guadagniamo, come facciamo ad avere figli, a creare una famiglia se non abbiamo mezzi sufficienti che garantiscano un'esistenza dignitosa a noi a ai nostri cari? Eppure proprio il diritto al lavoro è largamente inattuato in tutto il mondo e in Italia. La conoscenza dei dati sui disoccupati nel mondo e in Italia dimostra quanti uomini e donne siano privi di lavoro e quindi di una autonoma fonte di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Ciò spinge tutti costoro, talvolta, a lavorare saltuariamente e senza contratto, in condizioni di precarietà, cioè, come si dice, " a nero", a finire a volte nella mani della malavita nazionale e internazionale. Ciò riduce la possibilità di libertà per le donne, ancora condizionate dal pregiudizio che le vuole soprattutto spose e madri, mentre la loro autonomia nei confronti del marito e della famiglia passa proprio, fondamentalmente, per il possesso di un'attività autonoma e di un salario proprio. La nostra costituzione parla anche del lavoro. L'art.35 ci pare positivo e importante ma scarsamente attuato per quanto riguarda il comma due e il comma quattro. Anche l'art.36 non è praticamente attuato. Esistono, in Italia, enormi differenze di salario fra i cittadini che evidenziamo successivamente; l'enorme maggioranza ha salari che non sono sufficienti ad "assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". Così non è per il salario medio degli operai ( i metalmeccanici ricevono circa un milione e mezzo al mese, settecentocinquanta euro), così non è per il salario d'ingresso dei giovani, occupati spesso in lavori precari, che oscilla fra cinquecento e settecento euro secondo le qualifiche. I salari in Europa e nel mondo sono profondamente diversi e vanno dal Prodotto lordo pro capite di 200 dollari all'anno del Chad ai 25.000 dollari all'anno del tedesco e ciò dimostra che sono varissimi e distantissimi, secondo le possibilità concrete e le difese dei lavoratori. Non esistono, peraltro, in Italia, nonostante quanto prescritto dall'art.31 della stessa Costituzione, aiuti sufficienti di carattere economico per le famiglie e in particolare per quelle numerose. Non esistono norme che proteggano validamente la maternità, l'infanzia e la gioventù. L'art.37 è largamente inattuato all'ultimo comma. I minorenni, i ragazzi, (come del resto gli adulti) sono in realtà utilizzati, spesso, nel commercio e in agricoltura senza contratto, in forme di lavoro "nero", come si dice, o "sommerso", cioè che ufficialmente non è conosciuto. Gli imprenditori hanno così il vantaggio di avere forza lavoro a basso costo, di non pagare contributi, di non accantonare fondi per la cosiddetta "liquidazione". Qualcuno ha scritto che nel nostro Sud ci sono tre milioni e mezzo di lavoratori " a nero". Anche l'art.38 è non completamente attuato. Non è assolutamente vero che in Italia, come del resto in molti altri paesi, gli anziani, i disabili, gli invalidi e gli ammalati abbiano assicurati "mezzi adeguati alle loro esigenze di vita". Esistono generalmente "barriere" archittetoniche che impediscono la vita "normale" dei disabili; come si vede dai trattamenti pensionistici ci sono squilibri gravi e privilegi assurdi e c'è una larga quantità di pensioni di 400/500 euro al mese che non garantiscono a tanti una vita dignitosa. L'articolo 23 della Dichiarazione stabilisce anche il diritto alla creazione dei sindacati. E' molto importante questo perché la difesa dei salari e dell'occupazione e delle condizioni di vita dei lavoratori è sostenuta in tutto il mondo, ormai da due secoli, dalle organizzazioni sindacali che hanno combattuto e combattono, come è avvenuto pure nel nostro paese, gloriose battaglie in nome dei diritti al lavoro e al benessere di impiegati, operai e contadini. La nostra costituzione dà larga importanza alle organizzazioni sindacali e al diritto di sciopero di cui parla agli artt.. 39 e 40. I grandi progressi delle condizioni dei lavoratori nel nostro paese sono dovuti alle battaglie condotte dai sindacati. Negli ultimi anni anche i sindacati sono andati in crisi e hanno spesso assunto linee politiche diverse. L'unità sindacale, in Italia, praticamente non esiste più e ciò è stato un ulteriore regalo al potere, anzi allo strapotere dei capitalisti. Possiamo cercare di comprendere quali sono i salari medi netti mensili degli italiani percepiti alla metà della loro vita lavorativa nelle più diverse professioni. C'è un'enorme differenza delle retribuzioni che non è sempre proporzionata alle competenze professionali, agli studi compiuti, alla responsabilità esercitate. Facciamo qualche esempio. Altri ciascun lettore li potrà fare da sé. I dati sono relativi al 1998, sono espressi in lire, e quindi sono sicuramente aumentati. Il Presidente della Camera dei Deputati, che dirige l'intera attività legislativa della Repubblica, prende 13 milioni al mese, il sindaco di Milano 5.900.000 lire, ma un grande industriale che dirige soltanto le sue fabbriche percepisce 2 miliardi e mezzo lordi all'anno, l'equivalente di 200 milioni circa al mese, e una nota presentatrice televisiva 4 miliardi lordi l'anno pari a circa 335 milioni al mese. A livelli meno alti un medico d'ospedale prende 3 milioni e mezzo al mese e un questore poco di più (fatti salvi recenti incrementi alti di salario che hanno portato un milione di più al medico e innalzato lo stipendio di un questore almeno a dieci milioni) entrambi con altissime responsabilità; ma anche un macchinista delle ferrovie e un elettricista prendono la stessa cifra; hanno però studiato molto di meno e hanno responsabilità forse meno gravi. Siamo di fronte alla sostanziale povertà di un gran numero di cittadini, almeno a stare a quanto dichiarato al fisco. Molti infatti sono coloro che hanno un doppio lavoro, magari" a nero", come si dice, e in pratica raddoppiano il proprio reddito. Possiamo considerare "poveri" tutti coloro che guadagnano da due a trenta milioni all'anno e dispongono, cioè, di un reddito mensile che varia da 75 a 1250 euro al mese e, magari, devono campare una famiglia. Essi sono 21.740.721, più di un terzo della popolazione italiana. Salta agli occhi che i ricchi ( coloro che guadagnano da 50.000 euro all'anno in su) sono un'infima minoranza, pari a 408.875 persone, meno dell'1% della popolazione. Si tenga conto che il reddito di costoro è sicuramente molto più alto del dichiarato perché è fra queste categorie che si colloca la più alta percentuale di coloro che evadono o eludono le imposte con diversi trucchi e accorgimenti.
Abbiamo tratto le informazioni dal numero 6 del 12 febbraio 1998 del settimanale Panorama.
L'articolo 25 della Dichiarazione è molto importante nella sua formulazione perché proclama il diritto alla salute congiuntamente al diritto al cibo, alla casa e ai servizi sociali. Si dichiara cioè che ogni essere umano ha il diritto a vivere in uno stato di benessere. Siamo, però, molto lontani dall'avere ottenuto, nel mondo, questi diritti. Va ancora una volta ricordato che la ricerca scientifica e l'organizzazione sanitaria, come i diritti all'assistenza sociale e alla pensione, sono davvero estesi in modo generalizzato a tutti i cittadini soltanto nei paesi sviluppati. I paesi in via di sviluppo e quelli poveri dell'Africa, dell'Asia, dell'America Latina hanno strutture sanitarie debolissime e le malattie fanno ancora larga strage di bambini, uomini e donne. In questi paesi si prodigano medici ed infermieri volontari nel quadro dell'attività di organizzazioni religiose e laiche internazionali (per esempio la Caritas della Chiesa cattolica e i Medici senza frontiere). Sul problema della salute in tutto il mondo vigila l'Organizzazione Mondiale della Sanità ( OMS ) un'istituzione dell'ONU che compie indagini, invia disposizioni sanitarie, vigila su eventuali epidemie e cerca di evitare la loro diffusione. Possiamo dire che la sua attività è del tutto insufficiente; essa indaga, esprime statistiche, ma non cura nessuno negli Stati che ne avrebbero un grande bisogno, un estremo bisogno. Gli sviluppi della ricerca biologica, medica, genetica, tecnologica e farmacologica hanno dato enormi possibilità di sviluppo del diritto alla salute. I medici, nel Novecento, e soprattutto negli ultimi anni, hanno avuto a disposizione formidabili strumenti di prevenzione (con i vaccini), di diagnosi e di cura. Il maggiore igiene delle abitazioni e delle città, soprattutto nei paesi sviluppati, ha dato un contributo determinante alla diminuzione delle malattie e della loro diffusione. Ciò ha dato grandi speranze ai malati, soprattutto a coloro che vivono nei paesi sviluppati e hanno a disposizione buone o ottime strutture sanitarie. Sempre più la gente si è convinta che la medicina sia in grado di curare tutto, di dare salute e magari anche bellezza e felicità. Purtroppo non è così: di fronte a molti successi delle terapie mediche e chirurgiche stanno moltissimi insuccessi e una grande quantità di malattie ancora incurabili come molte forme di cancro, l'Aids e tante patologie difficili, rare e complesse, stanno anche tutti quei disturbi che, senza condurre a morte, menomano fortemente le possibilità di condurre una vita normale, come i dolori artritici, le patologie cardiocircolatorie e allergiche, i terribili morbi di Parkinson e di Alzheimer, che tolgono ogni gioia alle vecchiaia di milioni di uomini. Molti affermano, poi, che la ricerca e la clinica non si interessano abbastanza delle cure cosiddette palliative, cioè non risolutive del male, che però rallentano i dolori e la decadenza del corpo, danno nuove forze, riescono a consentire una vita sufficientemente normale e in qualche modo godibile. Si sono fatti ora, in Italia, progressi in questa direzione. In alcuni paesi sono stati istituiti servizi sanitari pubblici che assicurano un'assistenza generalizzata e gratuita, in altri l'assistenza pubblica riguarda soltanto i più poveri. Un Servizio sanitario nazionale pubblico fu istituito alla fine degli anni quaranta in Gran Bretagna ed è stato un modello per il nostro e per quello di altri paesi europei. Un analogo servizio, esteso anche alle spese funerarie vige, per esempio in Danimarca. I servizi sanitari pubblici, comunque, soffrono di problemi analoghi a quello italiano per l'insufficienza delle contribuzioni individuali, per gli scarsi investimenti dello Stato, per l'enorme e crescente peso dei poveri. Gli Stati Uniti sono l'esempio maggiore dell'assistenza sanitaria pubblica riservata ai poveri, mentre tutti gli altri cittadini stipulano assicurazioni private assai costose. Si parla, negli Stati Uniti, di 70 milioni di cittadini privi di assistenza sanitaria e degli altri che sono preda delle assicurazioni private assai costose e molto varie.
Il diritto alla salute è stato conquistato in pieno in Italia con il Servizio Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, che ha realizzato con molta ampiezza quanto prescritto dall'art.32 della Costituzione. Con l'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale tutti i cittadini, qualunque sia il loro reddito, hanno diritto ad avere gratuitamente l'assistenza medica di base (medico di famiglia), l'assistenza specialistica presso le Aziende sanitarie o le cliniche private convenzionate, l'assistenza ospedaliera, anche in case di cura convenzionate. In cambio di queste prestazioni tutti i cittadini versano, con le imposte, contributi sanitari in proporzione al loro reddito; in questo modo si attua una redistribuzione della ricchezza dall'alto verso il basso. Naturalmente è possibile, per chi può, stipulare assicurazioni sanitarie indipendenti, cioè private, che rimborsano le spese mediche e di degenza sostenute in case di cura private; come è possibile pagare direttamente le prestazioni ottenute da medici e da strutture sanitarie private. In tempi recenti, è stato realizzato un riordino della professione medica, che ha consentito l'aumento dei salari dei sanitari e la possibilità per tutti loro di svolgere la professione privata all'interno delle strutture ospedaliere. Un altro grave problema è quello del degrado delle strutture ospedaliere pubbliche sempre meno curate, sempre più collassate e di una classe medica che annovera grandi specialisti e grandi ricercatori ma anche personale talvolta non idoneo. Un ministro della Sanità ha affermato che il 50% degli ospedali pubblici non è in grado di svolgere il suo servizio, è "fatiscente". I mezzi diagnostici e le sale operatorie sono spesso scarse e non si riesce a rinnovarle con la necessaria velocità. Si assiste, infine, spesso, ad una burocratizzazione del rapporto fra medico e paziente, alla mancanza di uno spirito di solidarietà e di fraternità verso i sofferenti che è parte essenziale dell'assistenza medica, specialmente nei confronti dei malati gravi e terminali. La situazione non positiva delle istituzioni sanitarie pubbliche, la loro debolezza tecnica in molte zone del paese, come nelle regioni del Mezzogiorno, rende spesso necessario il ricorso alla strutture private dove i prezzi delle degenze e delle cure sono molto alti, insostenibili per una larga parte della popolazione. Il diritto alla salute trova così un grosso limite e la possibilità reale di cura rischia di essere riservata ai cittadini più abbienti. Un tema grave è quello della cura delle malattie psichiatriche, cioè della cura delle nevrosi e dei cosiddetti "pazzi". Un tempo coloro che avevano comportamenti devianti dalla norma sociale accettata, dai nevrotici ai veri e propri schizofrenici, per i quali era normale usare la parola "pazzi", erano rifiutati dalle famiglie e dalle comunità e internati, a volte per comportamenti gravi, violenti, dannosi per gli altri, in ospedali specializzati, i cosiddetti manicomi. Queste strutture sanitarie finivano per divenire luoghi di segregazione dove medici ed infermieri esasperavano, con l'isolamento, i comportamenti dei malati che si aggravavano e, divenendo a volte più violenti e diversi, richiedevano a loro volta isolamenti e punizioni più gravi. I responsabili dei manicomi danneggiavano così, ulteriormente, con comportamenti repressivi anche violenti e l'uso eccessivo di farmaci, la salute di quei pazienti. Molti di loro finivano per passare la loro vita nei manicomi, rinchiusi in una sorta di carcere improprio. Era così violato non soltanto il diritto alla salute ma anche quello alla libertà, a volte solo per soddisfare l'egoismo e gli interessi delle famiglie; per esempio le persone dichiarate "pazze", erano "interdette" e perciò private di alcuni diritti civili: non potevano, per esempio, partecipare alla divisione delle eredità. Una legge del 1978 soppresse i manicomi ma dopo più di venti anni non è stata completamente attuata; in più molti malati non hanno avuto, com'era opportuno, cure alternative né sono stati accolti, come invece previsto, in libere residenze protette, e ciò ha danneggiato la loro salute e quindi violato i loro diritti. Molti non sono stati riaccolti dalle famiglie e sono stati costretti a vivere di stenti. Il problema è aperto e grave e va risolto nel rispetto della libertà dei malati ma anche del loro diritto a essere curati e assistiti. Nel 1998 sono stati chiusi gli ultimi "manicomi" e il problema si è fatto ancora più grave. Sono, infine, in questi anni in corso in tutto il mondo appassionati dibattiti sui procedimenti di inseminazione artificiale che consentono alle coppie sterili di avere figli e sull'uso del corpo umano (cioè sulla possibilità di manipolare i codici genetici umani) anche alla luce dei grandi progressi compiuti dalle ricerche genetiche e dalla bioingegneria poiché si toccano abitudini e principi etici e di comportamento tradizionali. Si parla a questo proposito anche di interventi legislativi dello Stato. Ne parliamo separatamente. Le leggi, in questo campo, sono, però, accettabili soltanto se servono a difendere la libertà dei cittadini e degli operatori sanitari; lo Stato non deve intervenire con sue regole né nella ricerca scientifica né nelle decisioni che riguardano i comportamenti morali dei cittadini e dei sanitari. Nel giugno del 1998 il Parlamento europeo, che rappresenta tutti i cittadini dell'Unione europea, si è occupato di ingegneria genetica cioè della possibilità aperta alla scienza e alla medicina di intervenire anche sui caratteri genetici contenuti nel DNA degli uomini e delle donne, e quindi anche sugli embrioni per modificarne i caratteri. Dopo lunghe discussioni, che hanno visto l'opposizione dei cattolici e del movimento "verde", il Parlamento europeo ha deciso che si può manipolare l'embrione anche se soltanto a scopi di ricerca scientifica e che "un elemento isolato del corpo umano può costituire un'invenzione brevettabile". I deputati europei favorevoli hanno affermato che la direttiva europea facilita l'uso di scoperte scientifiche che danno la speranza di battere gravi malattie come il cancro e l'Aids. Hanno anche sostenuto che il testo della direttiva, che entro due anni dovrà essere approvata e fatta divenire legge dai parlamenti dei diversi stati europei, è equilibrata. Essa esclude la brevettazione di procedimenti di clonazione umana ( costruire un corpo umano eguale ad un altro), di qualunque modifica dell'identità germinale dell'essere umano e dell'utilizzo di embrioni a fini industriali e commerciali. Noi, però, crediamo che gli stati non debbano assolutamente entrare in questioni attinenti alla ricerca scientifica e tantomeno in questioni etiche: gli stati democratici non hanno loro teorie scientifiche e tantomeno una loro etica; ce le hanno soltanto gli stati totalitari come, infatti, l'avevano sia l'Unione Sovietica di Stalin che la Germania di Hitler. Gli Stati democratici rispettano e proteggono la ricerca di tutti e le morali di tutti i cittadini.
Il mercato dei farmaci in Italia La spesa farmaceutica italiana è molto alta. Essa assomma nel complesso (comprendendo in essa i prodotti cosmetici e dietetici che sono comunque acquistati per dare benessere al nostro corpo) a quasi 32.000 miliardi all'anno; ciò significa che ogni italiano (siamo 57 milioni circa) spende ogni anno più di mezzo milione in medicinali, 250 euro circa. Una famiglia di quattro persone spende così poco più di mille euro. Di questi solo una parte è rimborsata dal Servizio Sanitario nazionale, in totale 13.378.345 milioni cioè circa 13 mila miliardi all'anno, pari a circa 228 mila lire per ciascuno, circa 150 euro, 500/600 euro circa per ogni famiglia di quattro membri. E' una testimonianza della parziale copertura delle spese sanitarie da parte dell'assistenza pubblica, decisa talvolta con criteri discutibili. E' anche la testimonianza degli enormi guadagni dell'industria farmaceutica internazionale dato che più di due terzi del mercato sono controllati da aziende non italiane. Il che vuole anche dire che la nostra industria chimico-farmaceutica e la sua attività di ricerca non sono certo all'avanguardia.
Un'emergenza sanitaria: la droga Nel 1994 ( ultimi dati disponibili nell'Annuario Istat del 1997) in Italia ci sono stati 156.192 morti per tumore ( in aumento rispetto al 1990 di quasi 2000 unità), e 262.621 morti per le malattie dell'apparato circolatorio; il 30% di queste morti, secondo le stime dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), è dovuto al fumo. Inoltre nel 1996 ci sono stati ben 6.193 morti per incidenti dovuti al traffico. Ad essi vanno aggiunti 28.532 morti per malattie dell'apparato digerente, la cui causa, quando si tratta di cirrosi epatica, sta nell'uso e nell'abuso di bevande alcoliche ( vino, birra, liquori). Dunque il fumo, l'automobile e gli alcolici causano ogni anno migliaia di morti: una vera e propria strage. In Italia muoiono per droga, ogni anno, circa mille persone. Perché allora l'allarme soltanto per la droga? Perché la tossicodipendenza non è soltanto un problema di morte, ma è soprattutto un problema di vita: chi si droga, usando l'eroina, in pratica non vive più. La sua esistenza infatti sembra chiudersi progressivamente ad ogni altro interesse, scopo e piacere; l'unico obiettivo diventa la ricerca della droga, per quel benessere momentaneo che può offrire. Quando ci si abitua a prendere l'eroina non se ne può più fare a meno, e più se ne prende più se ne ha bisogno; i danni per l'organismo sono irreparabili. Spesso, però, e recentemente, si è diffuso un consumo di eroina e cocaina a scadenze settimanali, la droga del week end, che ha fatto mutare, e di molto, le suddette condizioni. La droga pesante (eroina e cocaina) è vietata dalla legge e perciò la sua vendita è clandestina, anche se è punito soltanto lo spacciatore e il consumatore subisce soltanto sanzioni amministrative. Ciò significa che la sua diffusione è in mano alla criminalità che, priva di scrupoli, agisce solo per ottenere il massimo dei profitti. Il tossicodipendente perciò entra in un giro perverso fatto di illegalità, minacce, ricatti. Egli stesso finisce spesso per diventare uno spacciatore o un ladro pur di procurarsi il denaro necessario ad acquistare la droga. Spesso più persone usano le stesse siringhe, in condizioni scarsamente igieniche. Ciò provoca il contagio di malattie pericolose e mortali (l'Aids e l'epatite B ) che si trasmettono attraverso il sangue. Il desiderio di guadagno della malavita e l'ignoranza dei consumatori creano nuove possibilità di malattie e di morte. Grande diffusione hanno ora le droghe "stimolanti", come sono le pasticche di ecstasy e le anfetamine, che sono un consumo "piacevole" e meno pericoloso e che non creano dipendenza. La politica di proibizione delle droghe non ha fermato il loro uso, anzi esiste una grande diffusione delle droghe. Qualcuno, da tempo, sta pensando ad una possibile liberalizzazione dell'uso delle droghe e noi siamo fra quelli. Le droghe più diffuse sono: l'oppio e i suoi derivati anche sintetici ( fra cui l'eroina); le foglie di coca e i suoi derivati anche sintetici; le sostanze di tipo amfetaminico, che eccitano il sistema nervoso, e quelle analoghe; gli allucinogeni e i preparati che contengono anche le stesse sostanze; la Cannabis indica e analoghe sostanze; i barbiturici (sonniferi) e tutte le sostanze che danno dipendenza fisica, cioè diventano necessarie al nostro organismo, intossicandolo sempre di più. La diffusione delle droghe leggere e pesanti (eroina e cocaina) riguarda tutto il mondo. E una gran parte degli stati della Terra è divisa fra la scelta politica della repressione e quella della liberalizzazione. Per ora ha vinto l'atteggiamento repressivo. Addirittura l'Organizzazione delle Nazioni Unite, è scesa in campo con una piano d'azione per un mondo senza droghe. Il piano punta a ridurre del 50% in dieci anni le coltivazioni di droga nel mondo sostituendole con colture alternative spendendo 500 milioni di dollari all'anno. Ci sono però molti dubbi sulle reali possibilità di finanziamento del piano Onu, perché molti stati non sono disposti a finanziarlo e perché alcuni paesi, come l'Afghanistan e la Birmania, traggono il grosso delle loro risorse economiche proprio dalla produzione dell'oppio, da cui si estraggono alcune droghe. Si allarga, però, anche il fronte di coloro che sostengono l'inutilità e il probabile fallimento della campagna repressiva, visto che le leggi fortemente punitive della vendita e del consumo, vigenti in moltissimi paesi, non impediscono il largo consumo di droghe di ogni tipo mentre la loro diffusione è in mano alla criminalità organizzata; in Italia la diffusione delle droghe è abbastanza ampia e in pratica libera ed è all'origine anche dell'aumento della prostituzione, della piccola criminalità e di malattie mortali come l'Aids. Coloro che si battono per la liberalizzazione del consumo, almeno delle droghe leggere, come l'hascisc e la mariyuana, sostengono che ciò darebbe un grave colpo alla criminalità. Proprio in occasione della riunione dell'Onu in cui si è lanciata la guerra alla droghe, cinquecento scienziati e uomini di cultura di tutto il mondo, tra cui gli italiani Giovanni Bollea, Emma Bonino, don Luigi Ciotti, Dario Fo, Luigi Manconi, Livio Pepino, Stefano Rodotà, Grazia Zuffa, hanno lanciato un manifesto antiproibizionista in cui dichiarano che la guerra globale ha fatto più danni degli stupefacenti e che la strada del proibizionismo va abbandonata in favore di un approccio al problema basato sul buon senso, sulla salute pubblica e sui diritti umani. Del resto occorre sempre riflettere che il consumo di droga nasce spesso da un disagio psicologico di origine individuale e sociale, dalla mancanza di speranze nei giovani che è il frutto di una società degradata e impoverita, da un'organizzazione dell'economia che non si occupa della povertà ma anzi la crea. Appare difficile infierire con "punizioni" contro chi è già profondamente danneggiato dalla società. La soluzione carceraria è, naturalmente, del tutto assurda.
L'articolo 26 della Dichiarazione sancisce il diritto all'istruzione e in più stabilisce che essa deve servire anche a rafforzare il rispetto dei diritti umani, la tolleranza e l'amicizia fa le nazioni, l'attività per il mantenimento della pace. La situazione del diritto all'istruzione in Europa e nel mondo è diversa da paese a paese: ottima, al solito nei paesi industrializzati e democratici, mediocre o del tutto insoddisfacente nei paesi dell'Africa, dell'Asia, nel mondo musulmano, in talune zone dell'America latina. I dati che, altrove, pubblichiamo mostrano lo stato dell'istruzione nel mondo; vediamo che in molti paesi anche l'istruzione di base è poco diffusa, che il livello di analfabetismo è molto alto e l'istruzione media e superiore sono un lusso riservato a pochi. Il diritto all'istruzione è in Italia più o meno realizzato salvo alcune zone povere in cui c'è evasione dell'obbligo scolastico. L'importantissimo articolo 33 della nostra Costituzione ha stabilito la libertà di ricerca e di espressione artistica e dettato le norme per l'istruzione dei cittadini. E' sostanzialmente attuato in spirito di libertà. I cattolici presenti nei vari partiti chiedono da tempo che sia resa concreta la libertà dei cittadini di scegliere le scuole non statali per l'educazione dei loro figli concedendo aiuti economici a chi vuole effettuare questa scelta e pagare perciò le tasse di frequenza delle scuole private, molto più alte di quelle richieste dalle scuole pubbliche. Si tratterebbe, in questo caso, di rendere reale un diritto di libertà altrimenti puramente teorico. L'articolo 34 della nostra Costituzione è attuato dal 1963, anno in cui fu istituita la scuola media obbligatoria unica e eguale per tutti. Un certo numero di ragazzi, soprattutto nel Sud, evade l'obbligo scolastico e, in definitiva, ciò accade per disattenzione delle famiglie ma soprattutto perché questi ragazzi debbono precocemente lavorare senza garanzie e con salari bassissimi per mantenere se stessi e, talvolta, le proprie famiglie. Qui sono feriti due diritti, quello al lavoro dei genitori sufficientemente remunerativo e quello all'istruzione dei ragazzi e lo Stato non riesce a trovare la strada per risolvere questo problema. Si pone poi il problema di elevare l'obbligo scolastico a 16 anni, come in tutta Europa. Ma nessun governo è riuscito a realizzare una riforma che appare assai semplice anche perché la maggioranza dei ragazzi di quell'età già frequenta il biennio delle scuole superiori e l'aggravio di spesa per lo Stato sarebbe scarso. Nel 1998 l'obbligo scolastico è stato soltanto prolungato di un anno, con una decisione dubbia e di difficile attuazione. C'è poi da dire che, se parecchio è stato fatto per consentire ai capaci e ai meritevoli di raggiungere i gradi più alti degli studi, molto resta ancora da fare. Si è infatti creata con l'andare degli anni, soprattutto nell'istruzione universitaria e post-universitaria, una prevalenza qualitativa di fatto di poche istituzioni private, mentre le strutture pubbliche, pur avendo aumentato le tasse di frequenza, offrono in generale corsi e servizi di qualità media. Queste istituzioni private chiedono altissime tasse di frequenza e non offrono, praticamente, aiuti agli alunni bisognosi che si vedono così discriminati. E' un diritto violato che crea grosse disparità sociali. Senza contare che viola il diritto all'istruzione l'innegabile realtà di una scuola pubblica media e superiore, e delle università statali, il cui standard è, per largo convincimento, alto in riferimento alla qualità della cultura e della preparazione teorica, inferiore ai livelli europei per quanto riguarda la preparazione pratica in relazione all'accesso al lavoro, l'insegnamento delle lingue straniere, una dimensione delle conoscenze davvero internazionale e mondiale. Se la situazione non sarà sanata i nostri giovani avranno qualche problema per utilizzare i loro titoli, come è legalmente possibile, in ambito europeo e vedranno entrare in Italia a far loro concorrenza un gran numero di tecnici e professionisti di altri paesi europei più modernamente istruiti. Nell'anno 2000 è stata approvata, in Italia, una riforma generale dell'Università, che ha creato la laurea breve di tre anni per tutte le facoltà e un successivo biennio di approfondimento. E' andata, inoltre, in vigore dal settembre 2000 la legge sull'autonomia scolastica che dovrebbe dare nuove possibilità di libertà e creatività alle singole scuole. |